RICORDANDO PADRE LUIGI ARNOLDI

14 août 2011

Actualités

La triste notizia é arrivata nella serata. Un tragico evento ha spezzato una vita e ha spento per sempre un sorriso. Padre Luigi Arnoldi é nel cielo… ma noi piangiamo la sua dipartita. Lo ricordiamo con questo scritto

 

DA TRE ANNI È TORNATO IN

BURUNDI DA DOVE NELL’83 ERA STATO ESPULSO. HA RITROVATO UN PAESE DIVERSO, DILANIATO DA UN GRAVE CONFLITTO INTERETNICO, MA DESIDEROSO DI IMBOCCARE LA STRADA DELLA PACIFICAZIONE. E NEL SUO NUOVO COMPITO DI FORMATORE, PADRE LUIGI ARNOLDI, MISSIONARIO SAVERIANO DI BREMBATE, STA REALIZZANDO CON CONSAPEVOLEZZA E CON GIOIA LA PROPRIA VOCAZIONE MISSIONARIA A SERVIZIO DI UNA CHIESA SORELLA.

Non è più il missionario “tutto fare” della prima ora, quello che, partito carico di entusiasmo e di ideali e con il proposito più o meno dichiarato di “cambiare il mondo”, si trova a dover fare ben presto i conti con la realtà. I suoi spazi non sono più le colline burundesi disseminate di capanne, né la foresta zairese in cui per sei anni e mezzo ha vissuto la sua seconda esperienza missionaria, ma le aule del Seminario teologico di Gitega, nel cuore del Burundi.

La sua missione ora è quella di far crescere. E non è davvero un compito facile, soprattutto quando si è chiamati a viverlo in un Paese che da tempo non conosce la pace e dove il verbo ‘riconciliarsi’ deve imparare a coniugarsi con altri verbi, come dialogare, riconoscere responsabilità, capire le ragioni dell’altro, perdonare.

UNA SFIDA DA ACCETTARE

Un cammino in salita, ma che è indispensabile fare, soprattutto là dove si gioca il futuro della Chiesa burundese, dove la sfida è quella di formare pastori capaci di riconciliazione perché capaci di accogliersi e di accettare la loro differenza etnica.

“Il seminarista burundese, figlio di madre tutsi e di padre hutu, vive già in se stesso il dramma di una doppia appartenenza etnica. Il suo cuore è diviso. E tuttavia la vita continua. Colui che gli è accanto quando prega è suo fratello nell’unico Padre celeste.

Celebrare il sacramento dell’unità del pane eucaristico in un’assemblea divisa è allora gridare la propria fede e la propria speranza in una fratellanza possibile, fino a farsi violenza contro la legge del sangue. Quando la divisione la senti nell’aria, dire insieme il Padre nostro è provocazione e impegno a realizzare quello che umanamente sembra impossibile. Mai come in queste situazioni il Vangelo è novità e provocazione. Da quando si è udita questa ‘lieta notizia’ del Padre nostro, niente è più come prima.

Non rimane che accettare la sfida e andare avanti, nella costruzione di una fraternità nuova, al di là dell’appartenenza etnica. La Chiesa si propone di essere famiglia di tutti i figli di Dio. E’ questa la sua grande sfida: essere segno e strumento di unità. E la Chiesa è l’unica istituzione capace di proporre concretamente questa strada. Nonostante le difficoltà innegabili, a causa di un’influenza esterna che condiziona fortemente anche vescovi, preti, religiose.

Ecco perché è necessario cominciare proprio in seminario un lavoro di formazione che cerca di evitare ogni forma di divisione, favorendo l’incontro, l’integrazione tra le etnie. Si cerca di vivere insieme, nei vari padiglioni del seminario; si cerca soprattutto di dialogare, di fare piccole scelte concrete per incontrare nella vita di ogni giorno proprio colui che si sente diverso da sé. Non è facile perché, lo sappiamo bene, ciascuno cerca il proprio simile, ma il Vangelo è qualcosa che va al di là delle nostre inclinazioni naturali che ci portano ad accettare solo chi ci assomiglia.

Educare ed educarsi ad incontrare l’altro diventa un fattore di crescita, oltre che di testimonianza di una vita ecclesiale che costituisce la risposta ai conflitti in cui l’Africa è precipitata. E’ questo il nostro compito di formatori è questa la grande missione della Chiesa burundese oggi”.

La strada della riconciliazione passa anche dal seminario

LA MISSIONE DI FAR CRESCERE

E’ ANCORA TEMPO DI MARTIRI

Quando nell’83 padre Luigi fu espulso dal Paese, la Chiesa del Burundi stava vivendo un difficile periodo di persecuzione.

Accusata di avere un potere parallelo a quello dello stato, di intralciare il piano di sviluppo messo in atto dal governo di allora, la Chiesa subì attacchi che culminarono con l’espulsione dal Paese dei missionari stranieri. Una mossa politica che si rivelò ben presto sbagliata, un gesto impopolare. E il governo cadde nel giro di poco tempo.

I missionari ormai da anni hanno potuto tornare a lavorare in Burundi e oggi non sarebbe immaginabile parlare di espulsione.

“Eppure – afferma padre Luigi – annunciare il Vangelo e denunciare le ingiustizie di cui si è testimoni in Burundi può ancora costare la vita. Nel ’95 alcuni nostri confratelli furono uccisi brutalmente perché avevano denunciato uno dei tanti massacri di quei tempi durissimi. Ma potrebbe succedere anche ora che chi, come loro, dà una testimonianza coraggiosa, ma scomoda, venga eliminato. Siamo sempre esposti a questo pericolo, anche se noi non siamo implicati direttamente nel conflitto. Ma se ci troviamo di fronte ad un’ingiustizia, pur essendo nostro dovere quello di cercare la mediazione e di stare al di sopra delle parti, come possiamo tacere ed essere neutrali? Come non continuare a lavorare a fianco della gente, a dare la nostra testimonianza di fede, nonostante il clima di violenza che ancora si respira? Sì, potenzialmente il Burundi è ancora terra di martiri”.

Sono state, purtroppo, parole profetiche queste di padre Luigi che, al suo ritorno in Burundi, dopo un breve periodo di vacanza in Italia, si è trovato a dover comunicare notizie tristissime: “La situazione politica è molto confusa e si continua a sparare. Ma la missione ci chiede di condividere con la gente il prezzo più alto: la vita. L’altro giorno hanno ammazzato un missionario di Milano dell’Istituto “Gli amici dei poveri”. Veramente era amico dei poveri. Una morte insensata, come è senza senso la violenza che regna nel Burundi”. E qualche giorno più tardi comunicava l’uccisione di un’ altra missionaria italiana, suor Gina Pasinato, un altro fatto assurdo, “come tutta questa guerra che non risparmia più nessuno”.

UN COMPITO APPASSIONANTE

Eppure, nonostante il vivere in Burundi comporti rischi e difficoltà, padre Luigi è un missionario contento. Lo ammette con franchezza e con un bel sorriso aperto, ma non ci sarebbe bisogno di parole: lo rivelano l’entusiasmo con cui parla del suo lavoro di formatore e l’impazienza che si intuisce in lui di ritornare dai suoi seminaristi. “ Non è un compito facile quello dell’educatore, ma è appassionante, anche se i risultati immediati non sempre si vedono. Ma i miei giovani sono sorprendenti ed è bello vedere che, anche attraverso il mio apporto, stanno crescendo, umanamente e cristianamente”.

Domani molti di loro saranno sacerdoti solidi, coraggiosi, capaci di riconciliazione e di misericordia.

E padre Luigi, attraverso questo suo servizio alla Chiesa burundese, avrà realizzato la ‘missione di far crescere’ che gli è stata affidata.

Da MISSIONDUEMILA, inserto mensile del settimanale diocesano “La Nostra Domenica”, 12 novembre 2000

À propos de kakaluigi

Agé de 66 ans, avec 35 ans passés en Afrique dans la République Démocratique du Congo comme missionnaire. Engagé dans l'évangélisation, le social et l'enseignement aux écoles sécondaires. Responsable de la Pastorale de la Jeunesse, Directeur du Bureau Diocésain pour le Développement (BDD), Directeur d'une Radio Communnautaire et membre du Rateco.

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