RUANDA ATTUALITÀ 5 maggio 2014

9 mai 2014

Actualités

de CONGO ATTUALITA’
INDICE
INTRODUZIONE
1. LA PRESUNTA « PIANIFICAZIONE » DEL GENOCIDIO DEI RUANDESI TUTSI
a. Il racconto « ufficiale »
b. Una storia complessa
c. La « pianificazione »
2. L’ATTENTATO DEL 6 APRILE 1994
a. Il rapporto Hourigan silenziato
b. La « storia segreta della scatola nera »
c. Lo scandalo
3. « HO ASSISTITO ALLA PREPARAZIONE DELL’ATTENTATO CHE HA SCATENATO IL GENOCIDIO »

INTRODUZIONE

Il 1° ottobre 1990, il Ruanda, altri tempi oasi di pace, viene attaccato da membri della NRA (l’esercito ugandese) sotto la bandiera del Fronte Patriottico Ruandese (FPR-INKOTANYI).
Il 6 Aprile 1994, verso le 20h30, l’aereo che trasportava i presidenti del Ruanda e del Burundi, Juvénal Habyarimana e Cyprien Ntaryamira rispettivamente, è abbattuto nei pressi di Kanombe, a Kigali. Accompagnati da alcuni loro collaboratori, i due presidenti ritornavano dalla Tanzania, dopo un vertice regionale sulla questione del Burundi. Nell’attentato, muoiono tutti, anche i membri dell’equipaggio, di nazionalità francese.
L’attentato scatena la violenza. Il paese cade immediatamente in un caos senza precedenti che provoca l’implosione del Ruanda. È l’inizio della tragedia. Ne consegue un orrore indescrivibile.

1. LA PRESUNTA « PIANIFICAZIONE » DEL GENOCIDIO DEI RUANDESI TUTSI
Serge Dupuis, ricercatore specializzato per l’Africa dei Grandi Laghi

Per spiegare il genocidio che è costato la vita a circa 500.000 – 800.000 Ruandesi tutsi tra aprile e luglio 1994, il regime del presidente Paul Kagame, instaurato a Kigali da quel momento, e i suoi sostenitori nel mondo e in Francia, hanno prodotto un racconto che pretende di fornire la chiave di spiegazione universale di quella tragedia. Secondo tale racconto, che si è ampiamente imposto in seno alla comunità internazionale e che costituisce, di fatto, la versione ufficiale degli eventi in questione, il progetto di genocidio dei Ruandesi Tutsi sarebbe già inscritto negli avvenimenti della fine degli anni 1950 e inizio degli anni 1960. La « rivoluzione sociale » del 1959 ne sarebbe stata l’elemento fondatore. Diretta contro la monarchia Tutsi, questa rivoluzione fu, di fatto, segnata dai primi attacchi violenti contro la popolazione Tutsi e dalla fuga in esilio di migliaia di suoi membri. Soprattutto, essa preparò l’accesso al potere, un anno più tardi, dei suoi iniziatori, le élite hutu che, secondo questo racconto, si ispiravano ad un’ideologia etno-nazionalista che, da una parte, definiva la minoranza tutsi come discendente da invasori provenienti dall’Africa orientale per asservire il popolo hutu e, dall’altra, la maggioranza hutu come unica occupante legittima del Ruanda.

a. Il racconto « ufficiale »

Secondo la versione di Kigali, quel periodo avrebbe segnato l’inizio di un « lungo processo » di cui il genocidio ne sarebbe stato la logica conseguenza e il risultato. Le due repubbliche ruandesi che vanno dal 1960 al 1990, quella di Kayibanda prima e quella di Juvénal Habyarimana poi, sarebbero state caratterizzate da una continuità ideologica con le origini, garantendo, nell’interesse della dominazione hutu, la permanenza di un razzismo anti- tutsi e del progetto genocida. La prima repubblica, praticando la demonizzazione dei Tutsi e l’incitazione ai massacri, avrebbe provocato una serie di uccisioni e le conseguenti ondate di fughe in esilio. La seconda, avrebbe mantenuto una sorta di sistema di quote discriminatorie.
Nel 1990, infine, l’offensiva militare che era stata lanciata, in ottobre e a partire dall’Uganda, da un gruppo di esiliati tutsi riuniti nel Fronte Patriottico Ruandese (FPR) e che segnò l’inizio di una guerra civile durata fino a luglio del 1994, avrebbe fornito il pretesto per passare all’azione. A quel periodo risalirebbe un complotto genocidario fomentato dai vertici dello stato ruandese. Il regime, vale a dire il presidente Habyarimana, e la sua ristretta cerchia di funzionari della gerarchia amministrativa, politica e militare, avrebbero dunque deciso di concretizzare lo sterminio dei Tutsi.
Questa gerarchia politica e militare avrebbe approfittato degli anni della guerra civile per intraprendere una minuziosa pianificazione del genocidio dei Tutsi. Diverse sono le tappe di questa pianificazione: la repressione dei Tutsi alla fine del 1990, in occasione dei primi attacchi del FPR a partire dall’Uganda; la definizione del nemico come « il Tutsi estremista dell’interno e dell’esterno », da parte di una commissione militare nel settembre 1992; la strutturazione, l’armamento e la formazione delle milizie dette Interahamwe, soprattutto nel secondo semestre del 1993; la creazione di un sistema di autodifesa civile, con la distribuzione di armi alla popolazione e l’acquisto di una grande quantità di machete e, infine, una propaganda psicologica razzista per incitare all’odio e alla demonizzazione del nemico esterno e di tutti i Tutsi del Ruanda.
L’idea messa in evidenza in questo racconto ufficiale del genocidio dei Ruandesi tutsi è quella di affermare che tale genocidio non poteva che avvenire. Era inevitabile, perché consustanziale al regime. È così che la lotta contro la minaccia genocida sarebbe stata alla radice della lotta del FPR contro la dittatura monolitica di Habyarimana. Era necessario salvare i Tutsi e l’obiettivo finale della guerra di « liberazione » condotta dal FPR non sarebbe stato che quello di sconfiggere il drago genocida. Tutta la strategia e l’insieme delle decisioni della ribellione durante la guerra civile fino alla primavera del 1994 dovrebbero essere quindi considerate alla luce della necessità di lottare contro un genocidio in gestazione. Le popolazioni civili hutu che furono uccise durante l’avanzata militare del FPR non sarebbero che le vittime collaterali di questa lotta.

b. Una storia complessa

A questo racconto statico, dove la fine è inevitabilmente inclusa nelle premesse e in un processo considerato irreversibile, a questo racconto manicheo, dove le vittime sono tutte da un lato e i carnefici dall’altro, si contrappongono un altro racconto e un’altra storia. Un racconto dinamico e una storia complessa che tengono conto del peso di certe variabili, come le decisioni degli uni e degli altri, le circostanze e gli avvenimenti.

Fino alla fine degli anni 1980, l’epoca Habyarimana si caratterizzava per un’evoluzione positiva, soprattutto in tre settori.
- La progressiva pacificazione delle relazioni interetniche
Non è coerente con la realtà affermare che c’è stata una continuità con il periodo di Kayibanda, caratterizzato dalla permanenza di una violenza razzista diretta contro i Tutsi. Certo, anche con Habyarimana i Tutsi subiscono un sistema discriminatorio fondato su quote e, quindi, inaccettabile, ma la scomparsa della costante minaccia di essere oggetto di massacri rappresenta un netto miglioramento della loro esistenza collettiva. Soprattutto nelle campagne, si osserva un forte impulso all’integrazione delle due comunità.
- L’esigenza di democratizzazione del sistema politico
Da luglio 1990, il presidente Habyarimana si era impegnato in un processo di apertura democratica, al termine del quale, due anni dopo, il primo ministro del suo governo apparteneva a uno dei partiti di opposizione.
- La questione dei rifugiati tutsi
Il problema della centinaia di migliaia di rifugiati, che si erano sparsi nei paesi della regione e che rivendicavano il diritto al loro ritorno, cominciava ad essere oggetto di trattative ufficiali.

Alla luce di questi progressi, la tesi intenzionalista di un progetto genocida che non poteva che
compiersi e la cui pianificazione sarebbe stata progressivamente messa in atto dall’ottobre 1990, non è affatto sostenibile. In realtà, il genocidio dei Ruandesi tutsi non è stato il risultato di una pianificazione arrivata a maturazione, ma la conseguenza di un conflitto che, tra il tra il 1990 e il 1994, oppose il FPR al regime ruandese dell’epoca.
La decisione, presa da un gruppo estremista hutu dopo l’assassinio del presidente Juvénal Habyarimana, di intraprendere lo sterminio della comunità tutsi è il risultato di un processo cumulativo che si è sviluppato nel corso del conflitto, nell’accavallarsi di decisioni prese da entrambi i lati e in una spirale di eventi che, in qualsiasi momento, avrebbero potuto non essere prese o non verificarsi. Il loro avverarsi dipese, in effetti, non dalla concretizzazione inevitabile di un’ideologia, ma dalla strategia di attori politico-militari determinati a rimanere al potere, per gli uni, e a conquistarlo, per gli altri, e ciò, in entrambi i casi, qualunque fosse il costo per i loro compatrioti civili tutsi e hutu.

Nel mese di ottobre 1990, quando hanno lanciato la loro prima offensiva sul Ruanda, i responsabili politici e militari del FPR non l’hanno certamente fatto per difendere gli interessi dei Tutsi dell’interno, né hanno poi ripreso la guerra per salvarli da un genocidio pianificato. Da diversi anni, essi avevano il progetto di tornare in Ruanda con la forza delle armi e il loro obiettivo era quello di esercitarvi il potere. Se essi presero la decisione di passare all’azione in quel momento, fu perché due argomenti, essenziali nel loro sforzo di propaganda rivolta alla diaspora, all’opposizione interna ruandese e alla comunità internazionale, stavano per affondare: la dittatura di Habyarimana si stava aprendo ad un processo di democratizzazione e alla questione di un possibile ritorno dei rifugiati. Il FPR comprese che la sua base di reclutamento rischiava di ridursi in modo significativo e, soprattutto, era ben consapevole del fatto che, a causa del rispettivo peso demografico delle popolazioni tutsi e hutu, un’integrazione pacifica in seno ad un sistema politico multipartitico non gli avrebbe garantito che una rappresentazione quasi marginale. Ma il FPR non voleva che un potere totale e senza alcuna condivisione.

La decisione di invadere il Ruanda e la strategia di conquista del potere furono adottate dal FPR con tutta consapevolezza. La recente storia del Ruanda, dal 1959 in poi, insegnava che, in passato, il regime pro – Hutu aveva sempre risposto alle minacce che incombevano sulla continuità del suo potere in un unico modo: designando i Tutsi come capri espiatori e organizzando contro di loro angherie e massacri. Il FPR non poteva ignorare che le sue azioni militari avrebbero creato, in maniera crescente, secondo la progressione dell’avanzata delle sue truppe nel corso del conflitto, soprattutto tra gli estremisti del regime, il senso di una minaccia sempre più precisa nei confronti del monopolio che quest’ultimo esercitava sul potere politico ed economico. Il FPR non poteva non tener conto del fatto che questi estremisti non avrebbero esitato, in tali condizioni, a risvegliare un’ideologia potenzialmente criminale e gli antagonismi etnici assopiti. Non è nemmeno possibile sostenere che i responsabili del FPR non avessero immaginato che i Tutsi dell’interno, presi in ostaggio, non ne avessero pagato un caro prezzo, come lo hanno dimostrato, da ottobre 1990, i primi massacri dei Tutsi e quelli seguenti. Bisogna constatare che queste considerazioni e la conseguente conferma della loro rilevanza, non entrarono a far parte della determinazione e dell’evoluzione della strategia politico-militare del FPR.
Al contrario, interamente teso verso il suo obiettivo di conquista di un potere senza condivisione, il FPR fece la scelta di perseguire la politica della tensione. La guerra fu condotta alternando le fasi di offensiva e le fasi di negoziazione escogitate, queste ultime, per consolidare i risultati conquistati sul campo. Queste fasi di negoziazione erano, esse stesse, seguite da violazioni del cessate il fuoco, non appena se ne presentasse un pretesto. La strategia della violenza e del caos orientava le azioni eseguite fuori dei combattimenti militari: il FPR perpetrava attentati terroristici indiscriminati, soprattutto in luoghi pubblici, e assassinii di personalità politiche e civili, con lo scopo di destabilizzare il regime, di indurlo alla violenza contro i civili tutsi e di fomentare conflitti interetnici, per giustificare in ogni caso il suo intervento. La stessa progressione del FPR fu accompagnata da atrocità e massacri sistematici di popolazioni civili hutu, volti a generalizzare, nelle zone conquistate e anche nelle altre, il terrore e il disordine.

Infine, il FPR mai accettò veramente gli accordi d’Arusha che, nell’agosto del 1993, misero fine al conflitto per alcuni mesi, proponendo una transizione posta sotto il segno della condivisione del potere e al cui termine si sarebbe dovuto organizzare delle elezioni democratiche.
I responsabili del FPR erano pienamente coscienti che il processo democratico sarebbe stato un colpo fatale al loro progetto. Infatti, non vi era alcun dubbio nella loro mente che le elezioni previste togliessero loro buona parte di ciò che avevano ottenuto con gli accordi d’Arusha. È per questo che, dopo il 6 aprile e la ripresa delle ostilità, mentre il genocidio infuriava, rifiutarono qualsiasi soluzione politica negoziata.

L’implementazione della strategia scelta dal FPR durante il conflitto ebbe come conseguenza la radicalizzazione del campo pro-Hutu.
I responsabili politici e militari estremisti del regime d’Habyarimana, che vedevano il processo di democratizzazione in corso indebolire le loro posizioni, si trovavano di fronte alla prospettiva di essere definitivamente privati della loro egemonia politica e dei loro emolumenti. Più si precisava la minaccia della ribellione sul loro potere, più la guerra radicalizzava le peggiori tendenze del regime, in una escalation mortale, intensificando la violenza politica. Fu, infatti, una politica della tensione che fu scelta in questo campo, politica alla quale la crescente ascesa militare del FPR apportò, d’altra parte, l’appoggio determinante di una parte dell’opposizione politica Hutu.

Accompagnata da esazioni di ogni tipo e da assassinati, l’inesorabile progressione del FPR suscitò in molti Hutu forti sentimenti di incertezza e di paura, ai quali l’attentato contro Habyarimana aggiunse la rabbia. Ulteriormente aggravati dalle manipolazioni della propaganda estremista e delle sue ramificazioni politiche locali, questi sentimenti costituirono un fattore determinante essenziale della partecipazione di gran parte di contadini hutu nell’azione di sterminio dei Tutsi.
Quando, dopo l’attentato, il FPR riprese la guerra invocando la sicurezza dei Tutsi, se questi uomini e donne hutu obbedirono, spesso sotto costrizione, all’ordine di uccidere i civili tutsi, non fu perché la loro partecipazione fosse stata pianificata, ma perché, di fronte alle vittorie del FPR, temendo per la vita propria, la vita delle loro famiglie e la sicurezza dei loro beni, vollero proteggersi.
Infatti, fu quando il FPR rilanciò la guerra nella prospettiva di una vittoria sicura, subito dopo l’assassinio di Habyarimana, che gli estremisti hutu presero la decisione di arrivare fino all’indicibile. Un nucleo di politici e di militari del regime Habyarimana, originari del nord-ovest, imboccò la strada di un colpo di stato estremista, assassinando dapprima le personalità politiche che avrebbero potuto assicurare legalmente la continuità istituzionale dopo l’assassinio del presidente, provocando le prime uccisioni sistematiche di Tutsi nella capitale, formando un governo ad interim ruandese (GIR) che controllavano e intraprendendo, dopo pochi giorni, il genocidio dei Tutsi. È solo in quel momento che il genocidio fu organizzato come progetto politico. Certo, sin dal 1990, non erano mancati atti e dichiarazioni violente a carattere genocida – spesso come una doppia tattica di deterrenza e di destabilizzazione del governo – e certamente esistevano dei gruppi, individui e media che auspicavano la liquidazione dei Tutsi dell’interno. Senza alcun dubbio, lo sterminio dei Tutsi faceva parte di una gamma di possibilità e, per alcuni, sarebbe stato addirittura auspicabile. Ma nulla, tuttavia, permette di affermare che esistesse, da mesi o da anni, un piano di sterminio che, meticolosamente progettato in ogni sua singola componente, attendesse solo un segnale perché la sua meccanica fatale fosse innescata. Il genocidio fu pianificato solo sotto la pressione degli eventi e la sua realizzazione non è avvenuta in un solo balzo.

In 20 anni, nel corso di processi molto lunghi in cui il pubblico ministero fece della pianificazione il suo cavallo di battaglia, il Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda (TPIR), incaricato di processare i « grandi » genocidari ruandesi, non è mai stato in grado di dimostrare, « oltre ogni ragionevole dubbio », che ci fosse stato un accordo – intesa preliminare dei vari accusati, prima del 6 aprile 1994, « per commettere il genocidio ».
Infatti, a partire dal 6 aprile, invece di assistere alla messa in atto di un meccanismo preparato con cura, si osserva che, nel campo degli estremisti hutu, politici o militari, di cui si dice abbiano progettato l’assassinio di Habyarimana come primo atto della realizzazione del loro progetto criminale, ciò che prevale è l’impreparazione e il ricorso alla « strategia del si salvi chi può ». Si pensi, per esempio, alla rapida evacuazione dei dignitari pro – hutu da parte della guardia presidenziale, dapprima presso un campo militare e poi presso l’Ambasciata di Francia. La moglie del presidente, Agathe Kanziga, che avrebbe ordinato l’attentato contro suo marito, viene poi evacuata verso la Francia con parte della sua famiglia. Il colonnello Bagosora, considerato come la « mente » del genocidio, anche se tenta di prendere il potere, va di fallimento in fallimento e deve poi accettare la costituzione di un governo civile, il GIR, su cui, è vero, eserciterà una pressione effettiva in vista di una politica del tanto peggio, tanto meglio. Però questo punto merita una certa attenzione. Se Bagosora in parte fallisce nei suoi tentativi è perché si urta con l’opposizione della maggioranza dei membri del Comando superiore dell’esercito ruandese, che vuole che la continuità costituzionale sia garantita dal governo pluripartitico in funzione.

Tuttavia, l’affermazione della mancanza di premeditazione e di pianificazione anteriore al 6 aprile, non può essere interpretata nel senso che il crimine di genocidio non sia stato commesso. La Convenzione del 1948, che definisce il genocidio, in nessun momento evoca l’idea di pianificazione. Essa, invece, mette l’accento sulla « intenzione ».

c. La “pianificazione”

Il 6 aprile 1994, né il genocidio né la sua presunta anteriore pianificazione sono dati per scontati. Tuttavia, in pochi giorni, nell’urgenza e nell’improvvisazione dell’inizio, gli estremisti hutu hanno deciso, orientato, organizzato e imposto, nella violenza e con la violenza, una politica il cui dispositivo non è stato, di fatto, pienamente formalizzato che alla fine di maggio, anche se il maggior numero di Tutsi furono massacrati prima di questa data.
Essi intraprendono, in un primo tempo e appoggiandosi su alcune unità dell’esercito, la liquidazione fisica di esponenti dell’opposizione e del governo multi-partitico, tra cui la primo ministro e alcuni altri ministri.
Avendo così ottenuto il controllo delle leve del potere politico, hanno poi proceduto alla formazione di un apparato politico a loro conveniente, un governo ad interim, implicandolo nel loro approccio intransigente, ordinando i primi massacri di Tutsi.
Molto rapidamente, fanno il salto e decidono di garantire la loro sopravvivenza politica, innescando una guerra a tutto campo contro il nemico tutsi dell’esterno e dell’interno.
Presero la decisione di strumentalizzare le paure della popolazione hutu e di incitarla all’uccisione di centinaia di migliaia di uomini, donne, bambini e anziani Tutsi. Non esitarono ad identificare collettivamente i Tutsi dell’interno con la minaccia FPR e a designare ognuno di essi, compresi i bambini, come complici del FPR e, quindi, nemici.
Si prevalsero dell’autorità dello Stato per dare l’autorizzazione di uccidere e posero la loro efficacia organizzativa al servizio del loro progetto. Usarono la fitta rete amministrativa e la tradizione della mobilitazione popolare specifica del Ruanda per trasformare, in nome della « alleanza di tutti gli Hutu », il maggior numero possibile di loro concittadini in armi di guerra per ciò che presentavano come una lotta legittima per la loro sopravvivenza, per la loro terra e per la loro patria.
Dopo il 6 aprile, entrambe le parti in conflitto presero la decisione di andare fino in fondo alla loro logica, la logica della guerra e della conquista del potere a qualunque prezzo da una parte e la logica della conservazione di quel potere a qualunque costo dall’altra.
Ma mentre il FPR si diede a massacri di massa tattici od opportunisti, senza prefiggersi l’eliminazione degli Hutu, gli estremisti hutu optarono per il genocidio dei Tutsi come strategia di guerra finale. Secondo la sociologa Claudine Vidal, si è in presenza di « fatti comparabili ma non simili ». Alla cinica integrazione del costo umano di un’azione militare nella strategia decisa, si oppone l’intenzione di attuare un genocidio attraverso l’apparato di uno Stato, trasformando questo progetto nella politica ufficiale dello stesso Stato.

A questo punto, è opportuno interrogarsi sul vigore con cui l’attuale governo ruandese e i suoi sostenitori se la prendano sistematicamente contro tutti, ricercatori od osservatori, che confutano la tesi di una pianificazione anteriore al 6 aprile 1994, anche se questi affermano che, in Ruanda e in quel periodo, non ci furono massacri spontanei commessi, in un contesto di collasso dello stato, da una popolazione terrorizzata dalla guerra e infuriata per l’assassinio del presidente, ma un’intenzione e una politica di stato genocidarie. Si è infatti scritto che il riconoscimento o meno della pianificazione « da lunga data » del genocidio, sembra essere una vera e propria « linea di demarcazione » oltre la quale inizia l’accusa di negazionismo. Si tratta, in effetti, di una sfida strategica cruciale per il regime del presidente Paul Kagame.
Questo regime deve, infatti, la sua legittimità internazionale alla versione ufficiale e manipolata della storia ruandese recente, che fa del FPR il « liberatore » del popolo ruandese e il valoroso e vittorioso combattente di un genocidio pianificato. Una legittimità che copre, così, la sua marcia militare verso il potere nella violenza, ma che copre anche le politiche autoritarie e repressive da lui oggi condotte. Infatti, sin dal 1994, davanti alla comunità internazionale, l’attuale regime di Paul Kagame usufruisce, di fatto, dello statuto – auto conferito – di salvatore dei Ruandesi tutsi e di rappresentante ufficiale delle vittime del genocidio. Questo status gli garantisce non solo un flusso continuo di fondi da parte di donatori bilaterali e multilaterali – fino al 40 % del bilancio nazionale – ma anche un’assoluzione e un’impunità totali, presso il TPIR e altrove, per quanto riguarda tutti i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità commessi dalle truppe del FPR durante e dopo il conflitto ruandese, poi nella Repubblica Democratica del Congo (RDCongo). Assoluzione e impunità che inglobano anche la politica di aggressione e di sfruttamento illegale delle risorse minerarie dell’est della RDCongo negli ultimi diciotto anni.
Ogni critica alla storia ufficiale del genocidio, in particolare qualsiasi tentativo di dimostrare che non vi fu alcuna pianificazione di genocidio prima del 6 aprile 1994, rappresenta un pericolo vitale per Kigali, perché mettono in discussione la legittimità internazionale del regime. In tal caso, il re apparirebbe nudo: il suo solo ed unico obiettivo, nel 1994, fu la presa del potere a Kigali con le armi, le sue truppe hanno commesso crimini di guerra e crimini contro l’umanità, anche lui ha la sua parte di responsabilità nella tragedia ruandese, il regime Hutu contro cui scese in guerra nel 1990 non era un regime collettivamente genocida, la Francia non fu complice nella preparazione di un genocidio che non era in preparazione. È la strumentalizzazione del genocidio scrupolosamente gestita dal FPR che rischierebbe, dunque, di perdere la sua forza e la sua efficacia.

2. L’ATTENTATO DEL 6 APRILE 1994
Charles Onana, giornalista e investigatore franco-camerunese

L’attentato del 6 aprile 1994 contro l’aereo presidenziale a Kigali è considerato dalle Nazioni Unite come l’evento che ha scatenato il genocidio. La sera del 6 aprile, il presidente ruandese, Juvénal Habyarimana e il suo omologo burundese, Cyprien Ntaryamira, viaggiavano sullo stesso aereo con vari loro collaboratori, tra cui alcuni ministri e il capo di stato maggiore dell’esercito ruandese. Tutti sono deceduti, compresi i tre membri francesi dell’equipaggio.
Nel suo nuovo libro, « La Francia nel terrore ruandese », Charles Onana, giornalista franco-camerunese, ritorna sulla questione dell’attentato del 6 aprile 1994 contro l’aereo del presidente Juvénal Habyarimana. «Perché, dopo vent’anni, gli autori dell’attentato del 6 aprile non sono ancora stati arrestati, anche se le Nazioni Unite hanno riconosciuto che questo attentato è l’evento che ha attivato il genocidio? Con quale logica si possono processare i responsabili del genocidio, dimenticando gli autori dell’attentato che ha scatenato il genocidio?», si chiede il giornalista.

a. Il rapporto Hourigan silenziato

Charles Onana presenta le conclusioni della sua inchiesta sulle reticenze del Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda (TPIR) nell’affrontare la questione dell’attentato. Infatti, si è ampiamente sostenuto che tale crimine non rientrasse nelle competenze di questo tribunale. Secondo Charles Onana, si tratta di un argomento completamente falso perché, conformemente alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il procuratore del TPIR aveva ricevuto il mandato di indagare su tutte le violazioni del diritto umanitario internazionale commesse sul territorio del Ruanda tra il 1° gennaio e il 31 dicembre 1994. In realtà, un’inchiesta sull’attentato era stata aperta da Louise Arbour, Procuratore del TPIR, e condotta da Michael Hourigan, un avvocato australiano, da Amadou Deme, un senegalese che lavorava per i servizi segreti della Minuar e da Jim Linz, un ex agente di polizia della FBI. L’inchiesta aveva addirittura identificato tre fonti all’interno del FPR pronte a testimoniare che l’attentato era stato organizzato da membri del FPR sotto il coordinamento di Paul Kagame. Tuttavia, l’inchiesta è stata sabotata e le fonti che, a Kigali, erano pronte a cooperare con il tribunale, sono state private della protezione necessaria. Il caso è stato quindi chiuso. Messo nel cassetto, è stato silenziato.

b. La « storia segreta della scatola nera »

Sull’attentato contro l’aereo di Habyarimana, Charles Onana rivela ciò che, nel suo libro, egli chiama « La storia segreta della scatola nera » del Falcon 50 del presidente Habyarimana, abbattuto il 6 aprile 1994. Secondo il giornalista, dopo aver inutilmente spiegato che l’aereo non era dotato di alcuna scatola nera, coloro che cercano di coprire i responsabili stessi dell’attentato, sono riusciti a far credere che la scatola nera che si trova presso le Nazioni Unite a New York, non è quella del Falcon 50 di Habyarimana, senza però dire a che aereo appartiene questo pezzo che è tuttavia arrivato da Kigali, nel 1994, in valigie diplomatiche delle Nazioni Unite.
Secondo Charles Onana, nella sua inchiesta aperta in seguito alla denuncia presentata in Francia, nel 1997, dalle vedove dei piloti francesi, l’équipe del giudice Bruguière aveva chiaramente identificato le persone che avevano recuperato e trasportato la scatola nera da Kigali a New York. Quando il giudice Bruguière scrisse a New York per chiedere la scatola nera al fine di proseguire l’inchiesta, l’ONU aveva risposto che non c’era alcuna scatola nera. Ci fu una serie di argomenti per dire che il Falcon 50 del presidente Habyarimana non era dotato di alcuna scatola nera. Questo è falso. Charles Onana afferma di avere le prove secondo cui il Falcon 50 del presidente Habyarimana è stato più volte controllato dalla Dassault, la società incaricata di fare regolarmente la revisione di questo aereo e principale produttore di questo tipo di velivolo. Onana afferma di avere la prova secondo cui il servizio di manutenzione di Dassault dichiara che esiste una scatola nera del Falcon 50.
Quindi, tutte le speculazioni sul fatto che il Falcon 50 non avesse una scatola nera sono state completamente smentite. Il Falcon 50 del Presidente Habyarimana aveva una scatola nera che è stata identificata da Dassault.
Quando il giudice Bruguiere scrisse alle Nazioni Unite per chiedere la scatola nera del Falcon 50, presso la sede delle Nazioni Unite ci fu una settimana di panico. Charles Onana ha scoperto l’esistenza di conversazioni telefoniche e di e-mail in cui si può constatare che il personale dell’Onu stava cercando la soluzione migliore per rispondere al giudice Bruguiere.
Esaminando tali documenti, non solo Onana ha scoperto che la scatola nera del Falcon 50 è stata aperta su richiesta delle Nazioni Unite, poiché si è chiesto ad una società statunitense di verificarne il contenuto, ma anche che gli elementi di registrazione di questa scatola nera sono stati modificati e falsificati. Nelle conversazioni telefoniche tra i membri dell’ufficio delle Nazioni Unite, si sente che in questa scatola nera che, secondo le Nazioni Unite non è la scatola nera del Falcon 50 del presidente Habyarimana, ci sono due piloti che parlano francese e che, dei due piloti che parlano francese, ce n’è uno che parla di Jean Pierre. Se non è la scatola nera del Falcon 50 di Habyarimana, ci sono allora due strane coincidenza: i piloti del Falcon 50 di Habyarimana parlavano francese perché erano francesi e uno di loro si chiamava appunto Jean Pierre Minaberry. Inoltre, se questa non è la scatola nera del Falcon 50 di Habyarimana, non viene in alcun modo spiegato da quale altro aereo essa possa provenire.
Secondo Onana, tutti hanno paura che questa scatola nera comunichi informazioni precise circa il modo in cui siano realmente andate le cose in Ruanda nel 1994. Tali informazioni potrebbero compromettere non solo l’attuale presidente Paul Kagame e i ribelli tutsi del FPR che avrebbero abbattuto l’aereo del presidente Habyarimana, ma anche gli Americani, i Britannici e gli Israeliani che li appoggiavano. Questo sarebbe il motivo per cui si vuole mettere sotto silenzio assoluto tutto ciò che potrebbe contribuire a far luce su questa materia. Se la scatola nera che è nelle mani delle Nazioni Unite, non fosse la scatola nera del Falcon 50 del presidente Habyarimana, non ci sarebbe stata una settimana di panico presso le Nazioni Unite, quando la giustizia francese l’aveva chiesta. Si sarebbe presa la scatola nera e la si sarebbe consegnata al giudice Bruguière, dicendogli di verificare se essa fosse o no la scatola nera del Falcon 50, ma non la si sarebbe mantenuta negli armadi dell’Onu dicendo che essa non è la scatola nera del Falcon 50.

c. Lo scandalo

L’ex procuratore del TPIR, Carla Del Ponte, aveva già detto che se fossero stati Kagame e i suoi uomini ad abbattere l’aereo il 6 aprile 1994, occorrerebbe riscrivere tutta la storia della tragedia ruandese. Se coloro che sono oggi al potere sono contemporaneamente coloro che sono stati sterminati, coloro che hanno preso il potere con la forza delle armi, coloro che sono stati sostenuti dagli americani e dagli inglesi, coloro che non hanno alcun accusato o alcun sospettato nelle carceri del TPIR e che, inoltre, sono coloro che hanno abbattuto l’aereo del presidente Habyarimana, allora lo scandalo sarebbe terribile. La comunità internazionale non potrà fissare lo sguardo sulle vittime, su tutte le vittime di questa tragedia, senza dover loro dire: sì, vi abbiamo mentito. Poiché questo è il problema. Ad Arusha, si sono aperti dei processi e si sono accusate delle persone di essere responsabili del genocidio, senza tuttavia designare gli autori dell’attentato che ha scatenato il genocidio. È questo ciò che costituisce lo scandalo e il fallimento del TPIR. E la difficoltà per la credibilità dei suoi processi proviene proprio dal non aver chiarito e risolto il dossier del 6 aprile 1994.

3. « HO ASSISTITO ALLA PREPARAZIONE DELL’ATTENTATO CHE HA SCATENATO IL GENOCIDIO »
Jean – Marie Micombero, ex ufficiale tutsi del Fronte Patriottico Ruandese (FPR)

Questa è la testimonianza di Jean – Marie Micombero, ex ufficiale tutsi del Fronte Patriottico Ruandese (FPR), ora in esilio da quando è entrato in dissenso con i suoi ex compagni.
Si tratta di una testimonianza schiacciante per Paul Kagame, leader del FPR e attuale presidente della Repubblica, poiché lo accusa di aver ordinato l’attentato contro l’aereo del presidente hutu Juvenal Habyarimana, avvenuto il 6 aprile 1994 e considerato, a seconda dei punti di vista, come pretesto o elemento detonatore delle stragi che hanno insanguinato il paese per quasi tre mesi.
Jean – Marie Micombero era un ufficiali dei servizi segreti del 3° Battaglione del’APR, ala militare del FPR. Ha incontrato, a Parigi, i giudici Nathalie Poux e Marc Trevidic il 5 luglio 2013 e il 30 gennaio 2014. La sua testimonianza non è « trapelata » sui media perché contraddice le affermazioni di Kigali riprese dagli avvocati Lef Forster e Bernard Maingain e da quasi tutta la stampa francese.
Jean-Marie Micombero ha raccontato ciò che è avvenuto quel terribile giorno:

«Il 6 aprile 1994 ero a Kigali, nell’edificio del Parlamento chiamato CND e dove, in seguito agli accordi di Arusha firmati nell’agosto del 1993, era stato installato un battaglione di 600 soldati del Esercito Patriottico Ruandese [APR] guidato da Paul Kagame. Gli accordi d’Arusha prevedevano la condivisione del potere tra il presidente Juvénal Habyarimana e il Fronte Patriottico Ruandese (FPR) imposta da Francia, Germania, Belgio e Stati Uniti. È dal CND che sono partiti i due tiratori che hanno abbattuto l’aereo di chi noi chiamavamo Ikinani, cioè di Habyarimana, Presidente del Ruanda. I Ruandesi l’hanno chiamato così dopo che egli disse: « Sono ikinani che i cattivi e i traditori non sono riusciti a far piegare ». Ikinani significa « invincibile ».
Sono stato testimone dei preparativi dell’attentato … e ho assistito a ciò che è successo nelle ore seguenti.
Quella mattina del 6 aprile, molto presto … ho visto la Toyota Stout 2200 che usciva dal CND. Avevo individuato il luogo un paio di settimane prima. Ufficialmente, la camionetta andava a scaricare i rifiuti in un luogo comunemente chiamato Mulindi, sulla strada per Masaka, ma in realtà coloro che vi erano a bordo andavano a perlustrare la zona, per trovare un posto tranquillo da dove poter lanciare i missili contro l’aereo di Habyarimana. Non ho potuto distinguere bene chi era, quel giorno, a bordo della camionetta, ma penso che ci fossero il conducente, Didier Mazimpaka, i due tiratori, Franck Nziza e Eric Nshimiyimana (che Aloys Ruyenzi e Abdul Ruzibiza chiamano Eric Hakizimana) e i due custodi dei missili, Potien Ntambara e il capo della missione, il tenente Karegeya, alias « Eveready », soprannome datogli per la sua somiglianza con un gatto disegnato sulle batterie che alimentavano le nostre torce. …
Quando ho visto la Toyota 2200 partire, il mattino presto del 6 aprile, sapevo che si sarebbe diretta verso Masaka, anche se non conoscevo la posizione esatta del tiro. Fu solo dopo la caduta di Kigali, inizio luglio, che Frank Nziza mi ha mostrato il luogo da cui aveva sparato il suo missile. Era giusto dopo il piccolo ponte, a sinistra, sulla strada verso Masaka.
La camionetta era dunque diretta verso Masaka, ma una fitta nebbia cadde su Kigali. Ho sentito il rumore del decollo di un aereo che dovrebbe essere stato il Falcon 50 di Ikinani. Quasi nello stesso tempo, sulla mia radio, con cui prendevo il canale della catena di comando del Terzo Battaglione, … la voce di Eveready,che parlava con Andrew Kagame, quel giorno ufficiale di guardia, precisò: « C’è troppa nebbia, non si vede nulla ». « Operazione Stand Down », rispose Andrew. L’operazione contro Ikinani era stata bloccata. Poco dopo, ho visto la camionetta rientrare al CND.
Eveready ha fornito dettagli sui motivi per l’abbandono dell’operazione: « C’era troppa nebbia, la visibilità non era sufficiente, siamo stati costretti a rinunciare ».
Nel tardo pomeriggio, non ho visto ripartire la camionetta, anche se ero in ufficio, all’interno dell’edificio del CND, con Jacob Tumwine, comandante delle operazioni del 3° Battaglione, e con alcuni civili (con cui si valutavano le informazioni sulla sicurezza nella città di Kigali). Non avevo la radio. A un certo punto, Tumwine, che sembrava teso, è uscito. Già si faceva notte. Poco dopo, ho sentito un’esplosione molto forte. Sono andato a prendere la mia pistola e la radio. I civili sono stati invitati a lasciare il CND e ad andare a casa. La tensione era palpabile. Dei veicoli circolavano sulla strada Remera – CND – Kimihura – centro città. Ho allora pensato che fosse esploso l’aereo di Habyarimana … Più tardi, quando era già notte, ho incontrato Frank che mi ha detto: « L’operazione è ben riuscita, anche se il mio missile non è riuscito a colpire il bersaglio. Fortunatamente, quello di Eric l’ha centrato ». Non abbiamo parlato molto, perché ci aspettavamo un attacco. Quella notte, per la prima volta, Charles Kayonga, comandante del battaglione dei seicento, ha autorizzato la birra. Ho bevuto una Heineken. Verso la metà della notte, sono andato a vedere Andrew Kagame che era con Eveready e Kitoko. Eveready ci ha detto cosa era successo a Masaka. «Siamo partiti verso la parte bassa della collina di Masaka. Ci siamo messi in posizione difensiva. è stata di Didier faceva avanti e indietro sulla strada con la camionetta. I due tiratori hanno preso posizione sul luogo previsto. Nziza ha tirato il suo missile, ma ha fallito il bersaglio. Éric ha immediatamente lanciato il suo e ha colpito l’aereo di Ikinani. Abbiamo poi raggiunto subito, con i due tiratori, la Toyota che ci aspettava sulla strada di Masaka e siamo tornati al CND.
Questo attentato è attualmente oggetto di segreto militare, ma per diversi anni molte persone conoscevano e parlavano apertamente dell’operazione contro Ikinani. È diventata un’operazione segreta solo dopo che il giudice francese Bruguière abbia emanato dei mandati di arresto internazionali».

La testimonianza di Jean – Marie Micombero conferma i risultati dell’inchiesta del giudice francese Bruguière sulla tracciabilità dei missili, dall’ex URSS fino a Masaka, transitando attraverso l’Uganda e Mulindi, quartier generale di Paul Kagame. Tale inchiesta situa, a partire da elementi concreti, gli autori dell’attentato nel campo del FPR. È sul luogo di tiro designato da Micombero che, il 25 aprile 1994, dei contadini ruandesi dei dintorni di Kigali scoprirono due tubi lanciamissili Tipo SAM -16 fabbricati in URSS nel luglio 1987 e le cui referenze hanno permesso, grazie a Mosca, di ritracciare il percorso dei missili che hanno abbattuto l’aereo. I due missili e i loro lanciamissili facevano parte di un ordine di 40 missili SAM – 16 consegnati all’Uganda nel quadro di uno scambio commerciale tra i due Stati.
Dopo l’emissione di nove mandati di cattura nei confronti dei collaboratori di Paul Kagame e la rottura delle relazioni diplomatiche tra il Ruanda e la Francia che ne seguì, la giustizia, sotto la pressione delle autorità francesi, sembra sia entrata nella logica di Kigali. I giudici Marc Trévidic e Nathalie Poux hanno ordinato una perizia balistica e loro stessi si sono recati in Ruanda. Non avendo i risultati balistici portato ad una conclusione sicura, i giudici hanno fatto ricorso ad esperti in acustica che, a partire dalla memoria uditiva di testimoni di un avvenimento di diciassette anni prima, avrebbero dovuto determinare il luogo di lancio dei missili. Ma questi « esperti » in acustica non si sono recati in Ruanda, ma hanno calcolato il numero di decibel di un SAM -16, in Francia, a La Ferté-Saint-Aubin (Loiret) – zona piatta senza alcun rapporto con le colline di Masaka e Kanombe – e, « per similitudine, rispetto ad un propulsore di razzo sufficientemente equivalente ». Risultato: essi concludono che i missili non sono stati lanciati da Masaka, ma da Kanombe, una collina dove c’è un campo militare dell’esercito governativo. Ciò è stato più che sufficiente affinché gli avvocati Lef Forster e Bernard Maingain concludessero che i missili sono stati lanciati da estremisti hutu. Lef Forster e Bernard Maingain hanno chiesto di archiviare il dossier ma, nel novembre 2013, hanno ricevuto una risposta negativa.

À propos de kakaluigi

Agé de 66 ans, avec 35 ans passés en Afrique dans la République Démocratique du Congo comme missionnaire. Engagé dans l'évangélisation, le social et l'enseignement aux écoles sécondaires. Responsable de la Pastorale de la Jeunesse, Directeur du Bureau Diocésain pour le Développement (BDD), Directeur d'une Radio Communnautaire et membre du Rateco.

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